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QUALE FUTURO DELL’UNIVERSITA’
Il nuovo progetto di riforma emanato dal ministro
Mariastella Gelmini sull’Università, cancella l’autonomia degli atenei, azzera
la democrazia al proprio interno, elargisce interessi ai privati e precarizza
gli addetti ai lavori.
In sintesi, questo è il nuovo progetto dell’Università
voluto da questo governo con ampi consensi trasversali provenienti
dall’opposizione. Ma quello che stupisce davvero è il silenzio e il
disinteresse totale del mondo universitario sul provvedimento Gelmini, che se
approvato, si prospettano scenari a dir poco disastrosi.
La riduzione della democrazia consiste nel fatto che il
rettore sarà eletto “tra professori ordinari” , quale potrebbe essere
l’elettorato attivo non è chiaro. Si parla di “voto ponderato” tra le altre
fasce di docenti e le rimanenti componenti, personale tecnico-amministrativo e
studentesco dove il voto varrebbe un terzo di quello dei docenti.
Buona parte del Consiglio di Amministrazione, il 40%, sarà
composto da personalità esterne all’ateneo con caratteristiche manageriali, non
all’altezza di esprimere pareri sugli indirizzi della didattica e della
ricerca, ma molto interessati agli affari propri o dell’azienda di
appartenenza. Già adesso, sono presenti
in numero ridotto personalità esterne, ma quasi mai sono in grado di dare
contributi rilevanti alla vita degli atenei. E’ sconcertante l’idea, che
costoro potranno intervenire a difesa di interessi privatistici o logiche
manageriali utilizzando a proprio vantaggio le risorse dell’Università, senza
mettere un centesimo di proprio. Negli Stati Uniti, non sarebbe mai accettato
un simile progetto.
Il Senato accademico verrà sfoltito delle figure
tradizionali, presidi di Facoltà e scuole o i direttori di Dipartimento, sarà
facile prevedere scontri e conflitti che si creeranno con i detentori di carica
di senatore, alla faccia dell’efficienza.
L’autonomia si riduce. Il fondo speciale per il merito e
l’efficienza degli atenei, verrà affidato ad una agenzia privata Consap Spa,
che potrà disporre le carriere universitarie, non più al MIUR. Di certo tutto
questo non ha nulla a che fare con l’efficacia, la trasparenza e la
meritocrazia.
Il precariato che questa legge produrrà tra il corpo docente
è inimmaginabile. L’abolizione del ruolo di ricercatore sarà sicuramente
peggiorativo perché ci vorranno un massimo di sei anni, dopo di che o sei
dentro oppure vai fuori. Tenendo conto che il grosso di questi precari si
aggirano intorno ai 40 anni, dopo tanti anni di speranze si vedranno cacciati
nella disoccupazione, perché non si potrà assumere come associati tutti i
meritevoli.
Non sappiamo sulla base di quali competenze il ministro
Gelmini abbia potuto produrre uno scempio del genere, sappiamo che per lungo
tempo ci si è avvalsi delle dicerie che “per un corso di laurea c’è un solo studente”,
niente di più falso, perché, la normativa voluta da Mussi aveva vietato una
cosa simile. Bisogna rispettare alcuni requisiti minimi.
Crediamo che il ministro si sia resa disponibile solo per
interessi altrui e quindi per lo
smantellamento dell’Università Pubblica, con il pieno consenso della CRUI.
Per la segreteria CIB/UNICOBAS
Giuseppe Casamassima