Per la difesa e lo sviluppo dell’Università e della Ricerca pubbliche
Documento
del Coordinamento dei Ricercatori dell’Università di Bari contro il DDL
Moratti per la Conferenza di Ateneo di Bari, 20/10/04.
A) La ricerca: un bisogno fondamentale
dell’evoluzione umana, uno strumento di democrazia e di sviluppo
È convinzione
largamente diffusa che la Ricerca Scientifica e Tecnologica è il motore dello
sviluppo sociale. La condizione di vita degli esseri umani è migliorata grazie
al progresso scientifico e tecnologico, anche se le inique ed egoistiche
ripartizioni delle ricchezze planetarie non permettono di vedere realizzati i
diritti più elementari previsti dalla carta dei diritti dell’uomo per
miliardi di esseri umani. Lo sviluppo delle scienze tecnologiche e delle scienze
umane e sociali, e le possibilità di accesso a tale sviluppo, sono il
principale termometro dello stato di salute di una società.
Proprio lo
sviluppo armonico delle intelligenze tecnologiche e sociali può consentire la
valorizzazione umana del progresso tecnico ed evitare che l’umanità diventi
schiava della Technè, così come ci
ammoniscono alcuni filosofi. La Scienza Tecnologica e Sociale, è
l’inevitabile approdo dell’evoluzione umana; il sistema della Ricerca è il
mezzo che traghetta una società verso quell’approdo.
È dalla Ricerca
che deriva lo sviluppo socio-economico, inteso non come una mera elencazione di
dati econometrici sulla cosiddetta “crescita”, ma un autentico sviluppo
sociale che ha nel sistema della produzione e dello scambio di beni e servizi
solo il suo vettore. Si tratta di prendere sul serio le sollecitazioni
provenienti da una scuola di intelligenza economica – che comprende anche il
Premio Nobel, Amartya Sen – secondo la quale la società deve tendere verso
l’unico sviluppo sostenibile, e cioè quello che avvicina alla libertà degli
uomini. La Ricerca sociale e tecnologica è il mezzo più alto per raggiungere
tale obiettivo storico.
In questo senso
si collocano le indicazioni più volte ribadite dall’Unione Europea. della
centralità degli investimenti in Ricerca (senza aggettivi). Secondo l’Unione
Europea solo attraverso un ingente investimento strategico su Ricerca e Sviluppo
Scientifici sarà possibile creare le condizioni per affrontare una fase storica
nella quale il baricentro dello sviluppo economico tende a spostarsi ad Oriente.
Così come nella stampa nazionale emerge frequentemente il dato che il sistema
economico produttivo europeo necessita di innovazione di prodotto e di processo
di entità tale da non consentire più scappatoie. Non è un caso che anche il
Presidente di Confindustria abbia pronunciato concetti simili nel suo discorso
di insediamento.
Riteniamo di
condividere tale auspicio, nel senso però che il sistema di produzione e
riproduzione del sapere è l’indicatore-chiave per misurare il livello di
progresso e sviluppo di una società, sia sul piano del benessere materiale che
su quello della democrazia e libertà.
Di fronte a
questo scenario, constatiamo invece una preoccupante ed insostenibile
depressione del sistema della Ricerca scientifica del nostro paese.
Forse, è
partendo da questa constatazione che nasce il Disegno di Legge delega di riforma
dello stato giuridico dei docenti universitari, e che viene, oggi, largamente
avversato dalla quasi totalità del corpo accademico nazionale.
La tendenza
depressiva innescata nel sistema scientifico nazionale riguarda, però,
l’intero sistema di produzione e riproduzione del sapere: riguarda
l’Università come gli altri enti di ricerca; riguarda la ricerca e la
didattica; riguarda l’università e la scuola.
Le cause che
hanno prodotto questo processo - avviatosi da molti anni – di depressione del
sistema della ricerca scientifica italiano possono essere indicate in modo
facile ed incontrovertibile.
Innanzitutto i
fondi. Appare incongruente sostenere la centralità strategica della Ricerca e
destinare a tale settore una percentuale del Prodotto Interno Lordo di gran
lunga inferiore alla media dei Paesi dell’Unione Europea. Quale ricerca potrà
mai essere effettuata se – per esempio – l’Università di Bari è
costretta a suddividere fra tutto il corpo accademico somme talmente esigue di
fondi annui pro-capite, che bastano appena per partecipare a due o tre convegni
nazionali. In base a questa considerazione, potrebbe risultare utile la
revisione delle aliquote per le attribuzioni dei fondi di ateneo ex-60%, nel
senso di favorire i ricercatori con meno risorse finanziarie.
Non pensiamo, però,
che sia sufficiente aumentare la quota di denaro perché tutto sia risolto.
Occorre al contempo razionalizzare la spesa universitaria con un controllo più
rigoroso dei fondi concessi e spesi.
Ma questa
impostazione non si dovrebbe limitare al solo sistema universitario ma
all’intero sistema nazionale della Ricerca. Tutti sanno del ridimensionamento
del Consiglio Nazionale delle Ricerche, anche attraverso una riduzione dei fondi
a disposizione (che, peraltro, come effetto collaterale ha prodotto la rimozione
ormai quasi totale delle donne dai ruoli dirigenziali). La conseguenza è che da
diversi anni il CNR non finanzia più la ricerca extra-muraria, con grave
indebolimento dell’intero sistema di ricerca pubblico. Lo svuotamento delle
funzioni e delle risorse del CNR è di fatto servito a preparare il terreno
all’ITT di Genova: una sorta di nuovo centro di gestione della finanza per la
ricerca tecnologica, alle dirette dipendenze del Governo, che però si occuperà
solo di poche tematiche di ricerca.
Ci sembra che la
tendenza innescata da questo governo sia quella di costituire centri esclusivi
ed elitari di ricerca di eccellenza, scimmiottando modelli che culturalmente non
appartengono alla tradizione europea, a scapito del restante sistema
universitario, destinato ad un processo di “liceizzazione”. Invece,
l’attuale sistema universitario italiano, basato sulla produzione e diffusione
reticolare del sapere, è stato capace di coltivare punte di eccellenza in ogni
angolo del Paese, dalla Sicilia al Piemonte, da Trieste a Lecce, è fuori dal
modello voluto dal Ministro Moratti. Si vuole trasformare il sistema
universitario in scuole di formazione specializzata della forza-lavoro,
lasciando solo ad alcuni centri il privilegio della capacità finanziaria per la
ricerca d’eccellenza.
In questo quadro
si inserisce il DDL delega Moratti.
La crisi della
ricerca e della didattica pubbliche sono state volute per accentuare il
carattere elitario del sapere d’eccellenza.
La frammentazione
del sistema didattico, già denunciato dalle migliori intelligenze del Paese, ha
costretto ad una moltiplicazione dei corsi e dei docenti, soprattutto di quelli
precari. Tale frammentazione ha dovuto fare quadrato con un sistema di autonomia
finanziaria che costringe le Università italiane ad una mortificante
competizione per accaparrarsi il maggior numero di studenti. Competizione che,
però, non si basa spesso sulla qualità del sapere e dei servizi didattici, ma
sul migliore marketing. Competizione che si dovrebbe spingere fino al
reperimento di fondi pubblici e privati, che come recita il comma 2 dell’art.
1 (Princìpi) del citato DDL, nella stesura licenziata dalla commissione cultura
della Camera, dovranno essere “allocati secondo criteri di….., attrattività,…”.
E pensare che l’articolo 1, introdotto di sana pianta in commissione è stato
votato all’unanimità, quindi anche dall’opposizione.
B) Il DDL Moratti: ovvero il tentativo di affossare
definitivamente l’Università e la Ricerca pubbliche
Mentre l’Unione
Europea sollecita i governi nazionali ad investire nella ricerca, e nel resto
dei Paesi più sviluppati riprendono gli investimenti nella ricerca di base, con
investimenti record del 30% del Giappone in questa direzione, l’Italia come
prevede di inserirsi in questa “competizione”? Riducendo i fondi alle
Università pubbliche, spingendole verso finanziamenti privati, svuotando le
competenze del CNR, “estinguendo” per decreto delega la figura dei
ricercatori, sostituendola con figure precarie di lungo corso, per le quali non
vi è certezza di assunzione data la mancanza di fondi o di permanenza futura
nell’Università, creando forme di precarizzazione anche per le altre figure
docenti.
I ricercatori
italiani rifiutano il DDL delega Moratti, non solo perché è giusto vedere
rispettata la propria dignità come persone e lavoratori, certamente non per
elemosinare alcuna “ope legis” (della quale ha parlato per la prima volta,
provocatoriamente, il Ministro) ma perché il DDL non risolve assolutamente i
nodi critici che attanagliano l’intero sistema nazionale della Ricerca e della
Formazione universitaria, che sono: la scarsità di fondi; il pieno
riconoscimento della funzione docente dei ricercatori;
l’assunzione massiccia di giovani ricercatori stabili in una visione di
centralità strategica delle Università e Ricerca pubbliche; il ruolo unico
docente; il progressivo deterioramento della qualità della didattica; la
difficoltà di aumentare il numero dei laureati; la separazione del reclutamento
dalla progressione di carriera; il sistema di reclutamento; ecc. ecc..
Chi dovrebbe
pagare, secondo il Ministro Moratti, per il dissesto del sistema universitario e
di ricerca italiano: i ricercatori.
La sola figura
stabile, che ha come compiti istituzionali proprio quelli di fare ricerca, e che
progressivamente nel tempo, per le accresciute necessità didattiche, a fronte
della carenza di fondi per assumere nuovi associati o ordinari, ha dovuto
aggiungere alla propria attività di ricerca quella di docenza. Si è arrivati
al punto che senza il pieno riconoscimento dell’attività didattica dei
ricercatori non sarebbe potuta partire la famigerata riforma del 3+2, non
sarebbe possibile far svolgere oggi quasi il 40% dei corsi di insegnamento. Il
rifiuto di assumere le supplenze, in applicazione dei compiti istituzionali
previsti dalle leggi, mira proprio ad evidenziare l’insostituibilità dei
ricercatori nell’attuale sistema.
E dopo quasi 25
anni di “onorato servizio”, i ricercatori che hanno contribuito a formare le
classi dirigenti e professionali di questo paese, senza avere nulla in cambio,
oggi vengono messi ad esaurimento dal Ministro Moratti, come tovagliolini
uso e getta.
Se la passata
legislatura avesse visto la Ricerca in modo strategico per il paese, forse si
sarebbe potuta approvare la terza fascia docente, evitandoci l’ulteriore
mortificazione del Ministro Moratti e con la grave prospettiva di vedere
spezzata l’inscindibilità della didattica dalla ricerca.
In realtà, i
ricercatori ad esaurimento e l’immissione di figure precarie nella ricerca
farebbero da capro espiatorio per il modello elitario di ricerca richiamato in
precedenza, e più volte dichiarato
pubblicamente dal Ministro, importando il modello americano in Italia. Un
modello che certamente funziona negli Stati Uniti ma che da noi non può
funzionare soprattutto perché mancano fondi cospicui per la ricerca assegnati
direttamente ai singoli ricercatori, per fornire stipendi elevati a docenti
soggetti anche ad una frequente mobilità, manca un forte sistema privato che
possa assorbire il personale non più mantenuto nelle Università, manca un
sistema di reclutamento trasparente. Ma soprattutto perché quel modello non fa
parte della nostra tradizione culturale.
E curioso che per
il reclutamento dei docenti universitari, a parte l’idea non tanto nuova di
riportare una prima fase concorsuale a livello nazionale (con l’ausilio di
studiosi europei – perché i nostri docenti non sono affidabili?), non si sia
modificato l’attuale sistema delle valutazioni comparative, che si è prestato
a pesantissimi inquinamenti.
E proprio in
questi giorni, in questa Facoltà sono sotto inchiesta della magistratura alcuni
concorsi, che gli stessi magistrati non hanno esitato ad indicare come gestiti
in modo mafioso.
I ricercatori non
hanno avuto alcun potere in questi anni sulla gestione dei concorsi, le redini
del comando erano in altre e più alte mani. Ed oggi, gli stessi che hanno
gestito pesantemente questo sistema, gli stessi che hanno consigliato il
Ministro voglio fare pulizia. Di chi? Dei ricercatori!
C)
La mancanza di fondi: un colpo
mortale per le Università del Sud.
La progressiva
riduzione di fondi ha spinto inesorabilmente le Università in un ciclo
perverso: la carenza di risorse ha portato alla proliferazione di ricercatori
precari (dottorandi, post-dottorandi, assegnisti) e al depotenziamento delle
tematiche di ricerca;
l’impossibilità di immettere in modo massiccio giovani leve nella docenza o
di risolvere la progressione di carriera dei “vecchi” ricercatori, ha
causato un progressivo peggioramento della didattica, anche a fronte della
proliferazione dei corsi di studio; da ciò, la dimostrazione pratica che il
sistema pubblico non funziona e la necessità di potenziare, invece, i centri di
ricerca privati (infatti, i Ministri Moratti e Siniscalco hanno promesso alla
Confindustria i finanziamenti per la ricerca, che invece non si trovano per
l’Università); a fronte della carenza di fondi, il DDL prevede la possibilità
per le Università di ricorrere ai finanziamenti privati per le propria attività
(e addirittura all’assunzione di docenti ordinari scelti direttamente dai
finanziatori, senza alcun concorso - e poi il Ministro parla di “ope legis”
per i ricercatori).
A parte il
rischio di una parallela privatizzazione delle conoscenze prodotte in una
struttura pubblica, che rappresenterebbe un evidente violazione delle più
elementari regole democratiche (anche se ai conflitti di interessi in Italia
siamo quasi abituati), le Università più penalizzate sarebbero proprio quelle
meridionali:
-
la particolare fragilità del tessuto produttivo del Sud Italia già non
fornisce alle Università del Mezzogiorno, in termini di finanziamenti e di
sbocchi professionali qualificati, le stesse opportunità presenti nelle realtà
del Centro-Nord;
-
la riduzione delle risorse, pur generalizzata a livello nazionale, è stata
particolarmente accentuata nel caso del Mezzogiorno, già storicamente
penalizzato dalla ripartizione dei fondi per la ricerca e l’Università.
-
l’uscita, già dal 2006, dall’Obiettivo 1 delle sei regioni meridionali,
rischia di rendere ancora più drammatica la situazione (molte delle borse di
dottorato e cospicui contributi alla didattica ed alla ricerca sono stati
forniti in questi anni dall’Unione Europea)
-
in tale contesto gli elementi di ulteriore precarizzazione e dequalificazione
del ruolo docente contenuto nel DDL Moratti, unito alla insistente politica di
tagli degli ultimi anni, che già hanno gravemente compromesso la tenuta del
sistema pubblico della ricerca e della formazione universitaria,
rappresenterebbero un colpo mortale per le Università del Sud.
Né sarebbe
possibile risolvere il problema della scarsità di fondi facendo ricorso ad una
crescita indiscriminata delle tasse universitarie, ancora una volta in
considerazione del debolezza dei redditi della stragrande maggioranza delle
famiglie meridionali, accentuato dall’attuale periodo di congiuntura
economica.
Alla luce di
queste considerazioni, acquista una cruciale importanza ciò che nella legge
finanziaria il governo vorrà destinare alle Università; è da questa scadenza
ravvicinata che le Comunità Universitarie potranno effettivamente misurare la
reale volontà del governo di sostenere o affossare definitivamente
l’Università pubblica.
Ma vi sono anche
altri modi per verificare la volontà effettiva del governo di raccogliere
l’appello dell’Unione Europea ad aumentare gli investimenti nella ricerca,
e, quindi nell’Università:
1)
la richiesta pressante al Ministro Moratti perché già nella Finanziaria sia
dato un chiaro segnale di inversione di tendenza rispetto alla politica dei
tagli degli anni precedenti, rimuovendo in particolare il blocco del 2% sulle
spese per l’Università e degli enti pubblici di ricerca (che sostanzialmente
lascia immutati i finanziamenti reali al netto dell’inflazione), il quale, in
assenza di reali finanziamenti aggiuntivi, aggraverebbe ulteriormente le
conseguenze del blocco delle assunzioni nelle Università e negli enti pubblici
di ricerca, nonché la mancata presa di servizio di migliaia di ricercatori e
professori già vincitori di concorso;
2)
la richiesta di interrompere da subito la politica di prelievo che ha portato a
scaricare sui bilanci degli Atenei gli aumenti stipendiali, previsti per legge o
rivenienti dalla contrattazione nazionale, e di restituire agli Atenei i fondi
in questo modo sottratti fin dal 2001.
Sulla base di
tali richieste e delle risposte che ad esse verranno date, sarà possibile
verificare in tempi brevi il senso di responsabilità del Governo rispetto alle
agitazioni in corso, ed ai danni che stanno producendo in moltissimi Atenei
italiani.
In questo quadro,
diviene urgentissima la necessità di creare un coordinamento specifico tra le
Università del Mezzogiorno, per le conseguenze peculiari e pesanti che in
questa area del Paese potrà assumere il depotenziamento del sistema pubblico
della ricerca e della formazione universitaria. A tale proposito, facciamo un
appello ai Rettori delle Università pugliesi perché si facciano promotori,
presso i colleghi Rettori delle altre Università meridionali, per creare un
momento di forte mobilitazione unitaria delle comunità universitarie del Sud,
come ulteriore sostegno alla richiesta già avanzata dalla CRUI al governo di
consistenti finanziamenti al sistema universitario pubblico nella legge
finanziaria 2005.
Siamo consapevoli
che le comunità universitarie, da sole, non potranno farcela a realizzare
progetti tanto ambiziosi quali la salvaguardia e, nello stesso tempo il rilancio
e lo sviluppo del sistema pubblico di ricerca e di formazione universitaria nel
sud; non potranno farcela soprattutto senza l’appoggio consapevole del
territorio circostante, così come accaduto in Francia nei mesi scorsi. Siamo
altrettanto consapevoli di non essere sempre riusciti a spiegare adeguatamente e
correttamente le nostre ragioni all’esterno. Approfittiamo, quindi, della
presenza del Sindaco di Bari dott. Emiliano, del Presidente della Provincia di
Bari dott. Divella e del Presidente della Regione Puglia dott. Fitto, per
chiedere loro di convocare quanto prima Consigli straordinari delle istituzioni
da loro presiedute, per darci l’opportunità di avviare un confronto diretto
con tutte le rappresentanze popolari elette, su tutte le questioni finora
evidenziate, convinti di poter trovare momenti comuni di iniziativa. Così come
chiediamo a tutti i parlamentari pugliesi, un impegno convinto e concreto per il
ritiro del DDL Moratti, o per il blocco del suo iter parlamentare, per avviare
una discussione che porti, finalmente, ad una pur necessaria ed urgente riforma
del sistema universitario, ma che sia ampiamente condivisa, e che soprattutto,
una volta per sempre, veda la Ricerca e l’Università come nodi strategici su
cui investire per lo sviluppo sociale ed economico del nostro Paese, e del Sud
in particolare.
Un ritrovato
impegno unitario e meridionalista, già patrimonio delle diverse anime culturali
e politiche della nostra regione, a difesa delle nostre Università e delle
nostre istituzioni scientifiche, può rappresentare un importante punto di
riferimento per i giovani, spesso disorientati o assenti rispetto ai forti
cambiamenti in atto, come quelli innescati dalla devolution appena approvata.
In questi giorni
di mobilitazione nelle Università, il nostro sforzo è stato, e sarà ancora di
più, quello di spiegare ai nostri studenti le vere ragioni della protesta, che
non parte assolutamente dall’idea corporativa che per farci ascoltare da chi
governa bisogna creare disagi agli utenti. E’ nostra intenzione continuare a
sviluppare momenti comuni di dibattito e di iniziative con gli studenti e con
tutte le altre componenti universitarie, così come con tutte le OO.SS.
organizzeremo entro la fine di ottobre una prima giornata di mobilitazione
cittadina che vedrà uniti Università e Politecnico, in vista della settimana
di mobilitazione nazionale di tutti gli atenei già indetta dal 8 al 13
Novembre.
D)
Un problema di democrazia
Abbiamo appena
sottolineato la necessità di giungere ad una riforma che sia ampiamente
condivisa; subito dopo la presentazione
del DDL delega sullo stato giuridico dei docenti, avvenuta nel gennaio 2004, sia
il Coordinamento Nazionale dei Ricercatori che tutte le OO.SS. avevano chiesto
al Ministro di incontrarsi per discutere dello stesso. Ebbene, il Ministro
Moratti ha sempre categoricamente rifiutato di incontrare i ricercatori e i
sindacati, negando di fatto diritti sanciti dalla costituzione, privilegiando
invece i rapporti con la CRUI, che certamente ha espresso anche con forza, come
nella delibera del 14/10/2004, il proprio dissenso e le proprie proposte
indicazioni di priorità rispetto ai contenuti del DDL, ma che non rappresenta
“sindacalmente” l’intera comunità universitaria. Il Ministro ha
addirittura accusato pubblicamente la CRUI di non aver mai presentato proposte,
evidenziando sempre di più l’inadeguatezza a svolgere il suo ruolo.
Magnifico Rettore
Girone, i ricercatori dell’ateneo barese hanno sempre apprezzato il suo
impegno per il pieno riconoscimento della loro funzione docente, così come non
hanno mancato di notare la determinazione del Presidente Tosi in tal senso, ma
riteniamo che di fronte all’ostinata e reiterata chiusura del Ministro a
qualsiasi forma di confronto vero, e ad accettare modifiche sostanziali a un DDL
che ormai un’ampia maggioranza di atenei ritiene estremamente deleterio per le
sorti delle Università italiane, ebbene in questo momento cruciale un atto di
estremo senso di responsabilità dovrebbe essere quello delle dimissioni di
tutti i S.A. e di tutti i Rettori delle Università italiane, come già
minacciato in passato.
Noi continueremo
a dire con forza: Ministro Moratti, giù le mani dall’Università e dalla
Ricerca pubbliche.